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Prima di cercare il viaggio, impara a stare

  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 6 min


Negli ultimi anni le cosiddette medicine ancestrali sono entrate con forza anche nei nostri ambienti occidentali

Ayahuasca, rapé, sananga, cacao cerimoniale, funghi, pratiche respiratorie intense e rituali provenienti da tradizioni lontane compaiono sempre più spesso nei retreat, nei social media, nelle conversazioni e negli spazi dedicati alla crescita personale

E non voglio scrivere un articolo contro queste pratiche

Non mi interessa demonizzarle

Mi interessa porre una domanda diversa, forse più scomoda

Quanto tempo dedichiamo a coltivare presenza prima di cercare uno stato alterato di coscienza?

Perché il punto, a mio avviso, non è semplicemente la pianta

È la relazione che abbiamo con ciò che stiamo cercando attraverso quella pianta

Ogni pianta è già una maestra

Nel mio modo di intendere il lavoro energetico, non esistono soltanto alcune piante sacre

La natura intera può diventare maestra

Una pianta che cresce fuori dalla nostra porta, un albero che incontriamo ogni giorno, un’erba spontanea del territorio possono diventare strumenti potentissimi di relazione, osservazione e ascolto

E non necessariamente perché debbano essere ingeriti

Anzi

Entrare in relazione con una pianta significa prima di tutto osservarla, conoscerla, comprenderne il ciclo, il territorio, il profumo, il comportamento e ciò che simbolicamente risveglia in noi

Le tradizioni erboristiche e spirituali più antiche conoscevano profondamente il valore di questa relazione

Oggi, invece, rischiamo di cercare continuamente la pianta più lontana, più esotica, più intensa

Ma forse vale la pena fermarsi e chiedersi

Perché devo attraversare mezzo pianeta per trovare una maestra, quando sono circondata da un ecosistema che non ho ancora imparato ad ascoltare?

Il territorio in cui viviamo possiede una propria flora, una propria storia e una relazione con gli esseri umani che lo abitano

Prima di cercare altrove, forse dovremmo tornare a conoscere ciò che cresce sotto i nostri piedi

Il punto non è vedere di più

Quando una sostanza psicoattiva modifica profondamente la percezione possono emergere immagini, ricordi, sensazioni corporee, emozioni intense, esperienze simboliche e profonde modificazioni della percezione di sé

Alcune tradizioni interpretano queste esperienze come viaggi nel mondo spirituale, astrale o sottile

La psicologia e le neuroscienze utilizzano altri linguaggi per descrivere ciò che accade

Non è necessario sovrapporre questi linguaggi né pretendere che dicano la stessa cosa

Possiamo però riconoscere un punto fondamentale

Ciò che una persona sperimenta durante uno stato alterato può produrre una risposta emotiva e corporea estremamente intensa

La paura rimane paura

Un’immagine può avere un impatto emotivo enorme

Un ricordo può emergere con una forza che la persona non aveva previsto

La dissoluzione temporanea dei normali confini della propria identità può essere vissuta come qualcosa di meraviglioso, destabilizzante o entrambe le cose contemporaneamente

Ed è proprio questo uno degli aspetti che rischiamo di dimenticare quando queste esperienze vengono raccontate soltanto attraverso parole come apertura, guarigione, espansione o risveglio

Espandere la percezione non significa automaticamente possedere gli strumenti per comprendere ciò che emerge

Prima di entrare nel bosco, impara a orientarti

Immagina di aver vissuto tutta la vita nel cemento

Conosci le strade, i marciapiedi, i semafori, le luci

Sai riconoscere ciò che ti circonda perché hai imparato a muoverti dentro quel paesaggio

Poi, una notte, qualcuno ti porta davanti a un bosco fitto

E tu entri

Al buio

Nel bosco cambiano completamente le coordinate

Senti rumori che non conosci

Le ombre assumono forme

Non sai distinguere un sentiero da una traccia che non porta da nessuna parte

Non sai quali piante puoi toccare, quali animali abitano quel territorio, quanto ti sei allontanato o in quale direzione stai camminando

Il bosco non è necessariamente pericoloso

Sei tu che non hai ancora imparato a conoscerlo

Per me questa immagine racconta molto bene ciò che può accadere quando una persona cerca improvvisamente esperienze capaci di modificare profondamente il proprio stato di coscienza

Nella mia visione energetica, ciò che chiamiamo campo astrale o campo eterico è un territorio che richiede conoscenza, discernimento e orientamento

Altre tradizioni utilizzano parole differenti

La scienza descrive questi fenomeni attraverso altri modelli ancora

Ma indipendentemente dall’interpretazione che scegliamo rimane una domanda fondamentale

Perché dovremmo pensare che aprire improvvisamente la percezione significhi anche sapere interpretare tutto ciò che incontriamo?

Entrare nel bosco non significa conoscere il bosco

Vedere qualcosa non significa necessariamente comprenderla

Sentire qualcosa con enorme intensità non significa automaticamente conoscerne il significato

Ed è proprio qui, secondo me, che dovrebbe cominciare l’apprendistato

Prima impariamo a riconoscere il terreno

Poi impariamo a orientarci

Poi impariamo a distinguere

E soltanto dopo possiamo scegliere quanto profondamente inoltrarci

Perché, se hai sempre vissuto nel cemento, il primo insegnamento del bosco non dovrebbe essere quanto lontano riesci ad arrivare

Dovrebbe essere imparare a riconoscere dove ti trovi

La tradizione non era consumo

Quando osserviamo alcune culture tradizionali, spesso prendiamo l’elemento più spettacolare del rituale e dimentichiamo tutto ciò che lo circondava

Vediamo la sostanza

Non vediamo gli anni di apprendistato

Vediamo la cerimonia

Non vediamo la disciplina

Vediamo il viaggio

Non vediamo la cosmologia, la preparazione, l’integrazione, il ruolo della comunità, la relazione con il territorio e il sistema di significati all’interno del quale quella pratica è nata

Estrarre una pratica dal proprio contesto e trasformarla in un’esperienza acquistabile è qualcosa di profondamente diverso dal vivere all’interno di una tradizione

Ed è per questo che credo sia importante porci una domanda

Sto incontrando una tradizione, o sto consumando un’esperienza spirituale?

Non sono la stessa cosa

Il corpo possiede già porte enormi

Esiste poi un’altra convinzione che vale la pena mettere in discussione

Per vivere stati profondi di coscienza abbiamo necessariamente bisogno di una sostanza?

No

Meditazione, contemplazione, silenzio, pratiche corporee, attenzione prolungata, preghiera, ritualità e lavoro sul sogno possono modificare la nostra esperienza soggettiva e portarci verso stati di coscienza molto diversi da quello ordinario

Questo non significa che producano gli stessi effetti farmacologici di una sostanza psichedelica

Sarebbe scorretto affermarlo

Significa qualcosa di diverso, e per me molto importante

La coscienza umana possiede già una straordinaria capacità di esplorare se stessa

E forse, prima di cercare una sostanza capace di aprire rapidamente una porta, vale la pena domandarsi quali porte siamo già capaci di attraversare attraverso presenza, disciplina e ascolto

Perché un’esperienza intensa può essere straordinaria

Ma può anche lasciarci davanti a una domanda enorme

E adesso, cosa ne faccio?

L’integrazione vale più dell’intensità

Nel lavoro interiore siamo diventati curiosamente affascinati dai picchi

La visione

La rivelazione

La morte dell’ego

La canalizzazione

Il viaggio

L’apertura

Ma la domanda più interessante arriva il giorno dopo

Come tratti le persone che ami?

Come gestisci la rabbia?

Sai mettere un confine?

Sai stare nel silenzio?

Sai attraversare una giornata completamente ordinaria senza avere continuamente bisogno di sentirti connesso a qualcosa di straordinario?

Sai abitare il tuo corpo?

Sai distinguere un’intuizione da una paura?

Sai lasciare spazio al dubbio?

Una grande esperienza spirituale non rende automaticamente una persona più consapevole

È ciò che facciamo dell’esperienza, nel tempo, che può trasformarla

Altrimenti rischiamo di collezionare stati straordinari senza trasformare la nostra vita ordinaria

Prima di aprire, impara a radicarti

Se una persona sente una forte chiamata verso una pratica ancestrale o verso l’esplorazione di stati alterati di coscienza, non credo che la risposta debba necessariamente essere semplicemente “non farlo”

Credo però che prima dovrebbero arrivare altre domande

Quanto conosco il mio corpo?

Quanto conosco le mie paure?

Quanto riesco a rimanere presente quando emerge qualcosa di difficile?

Possiedo una pratica di centratura?

So riconoscere quando sto cercando conoscenza e quando sto cercando evasione?

Sto andando verso qualcosa, oppure sto scappando da qualcosa?

Conosco davvero la tradizione alla quale mi sto avvicinando?

E soprattutto

Ho imparato a stare, prima di voler viaggiare?

La spiritualità non dovrebbe essere una scorciatoia

Forse questa è la riflessione che più mi interessa lasciare

Non abbiamo bisogno di vivere continuamente esperienze eccezionali per essere spirituali

A volte la pratica più radicale è restare

Restare nel corpo

Restare in una relazione

Restare davanti a una paura

Restare nel silenzio abbastanza a lungo da ascoltare ciò che normalmente copriamo con rumore, stimoli e ricerca continua

La coscienza non ha necessariamente bisogno di essere spinta sempre più lontano

A volte ha bisogno di diventare più presente

E prima di domandarci quale medicina possa portarci oltre, forse dovremmo porci una domanda molto più semplice

Quanto profondamente sono capace di abitare ciò che sono già?

Perché il vero viaggio interiore, molto spesso, non comincia quando cerchiamo di uscire dal corpo

Comincia quando finalmente impariamo ad entrarci

 
 
 

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